Fico

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In che modo leggiamo i fatti della cronaca quotidiana? Quale giudizio esprimiamo di fronte al male e alle disgrazie che affollano i notiziari? Forse la prima reazione che abbiamo è quella di pensare di essere fortunati perché a noi queste cose non capitano, poi articolando un po’ meglio il pensiero, realizziamo che però potrebbero capitare anche a noi le stesse identiche situazioni e che non c’è alcun merito da parte nostra nell’essere nati qui, oggi, e non a Gaza o durante la seconda Guerra mondiale. In alcuni casi potrebbe perfino affacciarsi l’idea che, in fondo, certe cose capitano soltanto a chi se le va a cercare: anche in questo caso, però, un supplemento di buon senso può aiutarci a scoprire che è davvero difficile sapere come potremmo reagire anche noi trovandoci in certe situazioni. Sembra proprio che la constatazione iniziale di Gesù nel vangelo di questa III domenica di Quaresima dell’anno C (Lc 13,1-9) non lasci scampo ai nostri tentativi di addomesticare la realtà: non siamo migliori o peggiori del resto dell’umanità e definire la classifica dei peccatori che meritano o no le punizioni adeguate per i propri peccati è pratica che può tacitare per un po’ il nostro apparente bisogno di giustizia, ma che in realtà si risolve in un inganno che ci allontana dalla verità sulla nostra vita: siamo peccatori e tutti, potenzialmente, anche grandi peccatori. Se la prospettiva è questa c’è poco da stare allegri. Fortunatamente, però, le amare constatazioni di Gesù sono accompagnate da un racconto fondamentale per ridarci speranza: c’è un vignaiolo che di fronte a un albero di fichi che non dà frutti, non si perde d’animo e chiede al padrone di avere ancora un anno di tempo per poter curare la pianta in modo da renderla produttiva. Chiede un anno aggiuntivo, chiede tempo e offre il suo tempo perché la pianta non venga tagliata. Gesù offre non solo il suo tempo ma l’intera sua vita perché ciascun uomo possa arrivare a portare frutto. Si tratta però di capire che lui è già all’opera, attraverso la sua parola, la sua presenza, la sua preghiera costante e continua: a noi viene chiesto di convertirci, ci viene chiesto di imparare a guardare ai fatti del mondo come occasione di conversione. Cambiare lo sguardo sulle cose del mondo per riconoscere che il male che ci circonda abita anche in noi, ma che il riconoscerlo ci può mettere nelle condizioni migliori per fare cambiare la direzione della nostra vita.

In definitiva l’annuncio di questa domenica di Quaresima è che ci possiamo convertire in ogni momento dell’esistenza perché la conversione è un processo continuo che accompagna la vita del credente. Essere credenti, in definitiva, vuol proprio dire accettare di vivere in uno stato permanente di conversione: abbiamo bisogno di questo per sentirci più umani.

La storia che attraversiamo e che ci circonda è piena di appelli al cambiamento, è piena di chiamate ad una presa di responsabilità seria sulla nostra esistenza: l’amarezza e la tristezza che spesso sentiamo non trovano forse ragione proprio nel fatto che non stiamo portando frutto e che la nostra vita è bloccata?

Il Signore non smette di darci tempo per riconoscere che la sua azione continua ancora un altro anno in attesa che ci svegliamo dal sonno che ci intorpidisce: ma per svegliarci davvero dal torpore dobbiamo smetterla di crederci diversi dagli altri, migliori o peggiori, più fortunati o meno fortunati, dobbiamo iniziare a riconoscerci semplicemente peccatori per partire da quello stato di bisogno che ci accomuna tutti e che se ben compreso ci rimette continuamente in moto.

Il Signore è sempre al lavoro: non smette di prendersi cura di una pianta che non porta frutto, anzi concentra proprio le sue attenzioni su di essa perché si possa salvare. In fondo la prima e doverosa conversione che ci viene chiesta è quella che dobbiamo all’idea di Dio che custodiamo nel cuore: se non ci convertiamo al Dio della cura, al Dio di Gesù, al Dio che dona il tempo opportuno per poterlo seguire, continueremo una vita incapace di abitare con speranza questo mondo. Continueremo una vita priva di frutti, incastrata nel cercare di dare una ragione al male che la circonda attraverso la risposta più illogica e irrazionale di tutte: dove finisce il merito è solo una questione di fortuna. La risposta migliore per evitare ogni responsabilità.

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